A Lucy McLauchlan i colori sembrano non servire: bianco e nero basico per dare massimo risalto agli intrecci delle sue figure, per un primitivismo che raggiunge livelli molto raffinati.
Una pittura che invade lo spazio, traborda fuori dai supporti e scorre inarrestabile fino a riempire intere stanze. Sembra che parli.
E tutto ciò che è bianco o che è nero può essere inglobato nelle sue opere, composizioni in cui spuntano collage di vhs e piatti da cucina mimetizzati nella pittura. E ancora: secchi di vernice cerchi d’auto lavandini busti di manichini paralumi vecchi orologi – in un inarrestabile jazz di materiali di recupero trattati a bianco e nero… eppure tutto si arrende al flusso integrandosi perfettamente in un unicum che è indiscutibilmente Lucy Mclauchlan – la sua impronta.
A chi le chiede “come definisci il tuo modo di dipingere” lei risponde risoluta “irreversibile”: completamente assorbita dalle tecniche tradizionali lavora con markers, inchiostri indiani, vernici, negandosi la possibilità di ripensamenti, arrendendosi al flusso dei suoi intrecci bicolore, sorprendendosi e costruendo l’opera attorno ai dettagli che accidentalmente fuoriescono dai suoi pennelli.
L’immaginario della McLauchlan è un filo teso tra la psichedelica e l’ethno chic, corredato da un istintivo senso per la composizione.
Nativa di Birmingham, a 31 anni ha già esposto nei maggiori musei di Londra, a Tokyo e in Australia, realizzando spesso le sue opere in loco in eventi di on-site painting.
Nel 2007 realizza una interessante pubblicazione che raccoglie alcuni dei suoi maggiori lavori dal titolo “Expressive Deviant Phonology”.
E in effetti il suo modo di dipingere ha del suono, dentro.
WEB: lucy.beat13.co.uk
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